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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 15 Novembre 2017
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Titolo pagina: La startup che aiuta i non vedenti

Luca Nardelli e Saverio Murgia, gli inventori degli occhiali «Horus», premiati da Forbes.
Sono 285 milioni gli individui affetti da disabilità visiva e di essi 39 milioni vivono una condizione di totale cecità: le cifre ufficiali, già impressionanti, fornite dall'Organizzazione Mondiale della Sanità aumenteranno, seguendo l'attuale trend, fino a 54 milioni entro il 2020. Non è difficile comprendere, o meglio, 'vedere' le motivazioni alla base della scelta di Forbes di inserire i giovani Saverio Murgia e Luca Nardelli tra i 30 talenti che cambieranno il nostro futuro nei prossimi anni. Non a caso, Horus - dispositivo, indos- sabile dai non vedenti, accessoriato di telecamere che riprendono l'ambiente e inviano le immagini ad un processore posto nell'unità tascabile - è rientrato nella categoria di 'scoperta a forte impatto sociale': già testato su una sessantina di non vedenti, ha avuto riscontri estremamente positivi, tanto che il prodotto riceve quotidianamente migliaia di richieste da tutto il mondo.

Milioni di individui potranno beneficiare di Horus: quali sono gli ostacoli da superare prima che sia in commercio?
Sono già in corso le procedure burocratiche per ottenere la certificazione CE. È il traguardo raggiunto grazie al cospicuo investimento del 2016 della compagnia americana 5Lion Holdings. Negli ultimi 12 mesi, infatti, gli sviluppi della nostra ricerca sono stati eccezionali: inutile sottolineare che ulteriori finanziamenti permetterebbero di ampliare e perfezionare le funzionalità del dispositivo così da allargare il bacino della nostra utenza di non vedenti e ipovedenti.

Consapevoli del potenziale della tecnologia, nel 2015 il nome della vostra società Horus technology è stato sostituito da Eyra: volevate indicare che le nuove applicazioni non si limitavano a proporre un ausilio, ma una sorta di 'assistente personale'?
Gli sviluppi delle funzioni, tra cui quelle di computer vision, deep learning ed intelligenza artificiale, fanno di Horus per i non vedenti o ipovedenti uno strumento di supporto a 360 gradi: la combinazione tra funzionalità estremamente complesse e semplicità d'uso, tipica dei dispositivi indossabili, lo rende un prodotto facilmente accessibile, il che è sicuramente un enorme valore aggiunto per l'utente.

Per il vostro lavoro di ricerca è stato necessario o inevitabile immedesimarsi in quanti convivono con una tale disabilità?
Ci accorgemmo degli enormi disagi conseguenti alla cecità, un pomeriggio del 2014, e da lì maturò l'idea di Horus. Di ritorno dall'Università, a Genova, incontrammo un non vedente che chiese aiuto per raggiungere la stazione: accompagnandolo lungo il tragitto, ci rendemmo conto dei numerosi ostacoli che quotidianamente quell'uomo si trovava ad affrontare. Proprio in quel periodo stavamo studiando la computer vision applicata alla robotica e, quasi immediatamente, la pensammo sperimentabile e funzionale ai casi di disabilità visiva. Il progetto prese forma a partire dall'esigenza di un dispositivo indossabile.

Come descrivereste il principio di funzionamento di Horus?
Il dispositivo è composto da due parti: la prima indossabile, simile ad un paio di cuffie sportive, e la seconda, grande quanto uno smartphone, unità di elaborazione tascabile. L'ambiente esterno è ripreso da due telecamere, poste sulla cuffia destra, che inviano le immagini all'unità di elaborazione, dove vengono analizzate. Le informazioni vengono poi comunicate all'utente grazie alle cuffie, dotate di un trasduttore elettro-meccanico, responsabile della trasformazione del segnale sonoro in vibrazioni e della loro propagazione tramite conduzione ossea. Questa tecnologia rende possibile, oltre alla lettura di testi, altre 2 basilari funzioni, come il riconoscimento di volti e di oggetti. Horus è in grado, non solo di riconoscere le sembianze degli individui, ma di avvertire qualora si tratti di persone conosciute o meno: il dispositivo, inoltre, riesce ad 'apprendere' in tempo reale, così da permettere all'utente di memorizzare anche i volti delle persone appena conosciute.


Articolo di Silvia Camisasca e tratto da "Avvenire"

16 Ottobre 2017

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